Nereo Rocco quasi si racconta da solo, perché a parlare sono i trofei ottenuti partendo dal basso e andando sempre per la sua strada.

Difensivista solo per costume, antagonista anche di Helenio Herrera per due modi opposti di intendere il calcio e soprattutto per dialettica, uomo pratico e mai disarcionato dalle sue radici, dalla sua Trieste, dai suoi “manzi” (i calciatori).Per farla breve, Nereo Rocco è questa cosa qua: due titoli italianitre Coppe Italia, due Coppe dei Campioni, due Coppe delle Coppe, un’Intercontinentale. Potrebbe bastare e avanzare, e soprattutto tappare la bocca a chi se la riempie di luoghi comuni dimenticato l’abilità endogena di Nereo Rocco nella gestione degli spogliatoi, nel lancio dei giovani e, forse più di ogni altra cosa, nel rilanciare calciatori ritenuti finiti come ad esempio Cudicini e Hamrin, poi colonne inattese di quel Milan che lui continuava a definire una “squadra de poareti” esattamente come la prima che aveva allenato in carriera (la Libertas Trieste in cui chiuse da calciatore-quasi-allenatore).

Sarebbe già tutto finito qui, se non fosse che il suo modo di aprire e chiudere le discussioni, i dialoghi con giornalisti già all’epoca discretamente morbosi, resta lo specchio di questo allenatore per certi versi irripetibile. Apparentemente morbido con i suoi calciatori, in realtà li responsabilizzava ottenendo senza chiedere. Apparentemente rude ma in realtà astutissimo nel gestire quel profilo di provincia che ne faceva un mezzo saggio e un mezzo sergente di ferro (El Paròn, il padrone, perché su alcune precise regole con lui non c’era modo di trattare: per esempio l’abbandono della cena di gruppo che poteva avvenire solo dopo che lui lasciava la tavola, e certe volte accadeva anche alle 2 di notte…). Le sue parole non tradivano mai i comportamenti. E viceversa. Questa coerenza fu sempre la sua forza. Niente di meglio allora di raccontare Nereo Rocco con le parole di Nereo Rocco, come un’autobiografia inconsapevole, attraverso le sue proverbiali risposte…

 Come definirebbe se stesso nel suo mestiere?

“De profesiòn bel giovine”.

 Come trascorre Nereo Rocco le sue vacanze estive?

“Vado per zogadori”.

 Cos’ha pensato quando ha affrontato Pelè in amichevole?

“Mi no credevo che un omo podessi far questo”.

 Cosa disse a Pollazzi, presidente del Padova, alla prima sconfitta?

“Presidente, musi longhi qua dentro ghe ne xe za’ bastanza, no manca che el suo…”

 E ai suoi difensori, sempre piuttosto rudi, cosa dice solitamente dopo le partite?

“Ciò, te go dito de tocarlo, no de coparlo!”

 Ma è vero che i suoi giocatori la chiamano Mister?

“Mister te sarà ti, muso de mona. Mi son el signor Nereo Rocco”.

 Si dice che aveva sempre una parola buona per i Primavera che affrontavate nelle partite settimanali… e che andava a trovarli sempre prima dell’amichevole negli spogliatoi. Qual era la sua prima frase all’ingresso?

“Dove i xe quei cagainbraghe del nove del diese?”

 Qual è la più grande lamentela che lei abbia mai fatto nei confronti di un suo presidente?

“Gavemo un centravanti che no ‘l tira gnanca la cadena del cesso”.

 A Firenze stravedeva per il giovane Moreno Roggi. Cosa gli disse la prima volta che lo incontrò da allenatore?

“Mona, go da farte una confidenza… Mi me fido più de ti con una gamba che de Tendi con tute due”.

 E quando i due centrali marcatori hanno da ridire sulle marcature da Lei assegnate?

“Fè a pari e dispari. Tanto xe egual”

 Un riassunto della sua vita?

“Par tirar do piade, quante roture de coioni…”.

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