Domenico Morfeo, il tiro mancino del destino
Domenico Morfeo, il tiro mancino del destino è stato modificato: 2016-12-19 di Giuseppe Andriani

Un genio del calcio italiano eternamente incompiuto: Domenico Morfeo

Dici Domenico Morfeo e l’aggettivo che ti rimbalza in testa è: incompiuto. O discontinuo, o talentuoso. Ce ne sarebbero tanti a dir la verità, ma il primo per distacco, è quello che ricorda l’incompiutezza di un grande talento del calcio italiano che era pronto a prendersi il mondo tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio. Domenico Morfeo non era un calciatore “moderno”, come si dice oggi e come si iniziava a dire già una quindicina d’anni fa. Anzi, a tratti ricordava un modo di giocare, bello che avevamo perso per strada per perseguire un calcio sempre più veloce e muscolare. Un calcio che si sarebbe evoluto in quello odierno ma questa è un’altra storia. Morfeo aveva solo un piede, il sinistro. E che piede. Con quello era in grado di fare quello che voleva. Lo capì subito Cesare Prandelli, che lo lanciò nella primavera dell’Atalanta. Arrivò a Bergamo che aveva 14 anni, e tre anni dopo esordì in Serie A. Poi ancora l’Atalanta, in Serie B, e la Fiorentina.

Il campionato ’95-’96 è il primo di Serie A giocato ad altissimi livelli. Domenico Morfeo sta bene, anche fisicamente, ha 20 anni e ha quel famoso sinistro con il quale incantava già sui campetti delle giovanili. Ora incanta in Serie A. Va in doppia cifra e non gli capiterà mai più in tutta la carriera. Fu il primo numero 10 dell’Atalanta, con Mondonico in panchina. In estate va a giocarsi l’Europeo Under 21 in Spagna. Sono passati 19 anni, ma sembra un secolo. La fase finale dell’Europeo si giocava a 4 squadre, in 3 giorni. L’Italia si presenta con Buffon da 12, Cannavaro e Nesta in difesa, Tacchinardi e Tommasi a metà campo e Inzaghi e Amoruso in attacco. Ad inventare due classe ’76: Domenico Morfeo e Francesco Totti. Costretti ai numeri 17 e 18, perché il 10 era sulle spalle di un certo Brambilla di cui dopo non sentiremo parlare. Totti stende la Francia, poi segna anche in finale contro la Spagna. Si va ai rigori: l’ultimo, ironia della sorte, capita proprio a Morfeo. Sinistro incrociato e gol. Il primo ed unico, “campioni d’Europa” detto da Marco Civoli.

Nella stessa Estate la Fiorentina, trascinata da Gabriel Omar Batistuta, vince la Supercoppa Italiana dopo aver vinto la Coppa Italia. E poi acquista Domenico Morfeo, costretto al cambio di numero. Il 20 è una scelta dovuta al fatto che il 10, il “suo” 10, era già sulle spalle di Rui Costa. Rui Costa, Batistuta e Morfeo un po’ più dietro. In due stagioni 26 presenze e 5 gol, non il massimo. Il calciatore di Bergamo sembra smarrito. Soprattutto è discontinuo ma quando gioca alterna partite anonime a sprazzi di un fenomeno che si sta perdendo con il passare del tempo. Il Milan è l’occasione persa. Un passaggio totalmente anonimo, poco spazio, pochi mesi, poca fortuna. Inizia un girovagare per l’Italia alla ricerca di quella continuità smarrita e delle prestazioni sfornate a Bergamo: allora Cagliari, la parentesi fortunata di Verona con Cesare Prandelli, la Fiorentina, il prestito nella “sua” Atalanta, il ritorno a Firenze. Poi la Fiorentina perde tutto, compresa la propria identità e Morfeo viene acquistato dall’Inter a zero. Il numero 10 nerazzurro gli dona. Gioca in una squadra dai grandi nomi, una delle “meno peggio” Inter di quegli anni. Un gol europeo, e una riserva di lusso. La moda del “10” come riserva. Domenico Morfeo si inserì bene in un contesto difficile. Fu parte di quell’Inter, comunque.

L’Inter lo prestò al Parma. Morfeo aveva bisogno di rinascere. Ci riuscì a quasi 30 anni, nella Parma calcistica che rischiava il fallimento. L’anno di grazia è il 2004-2005. Sembra il Morfeo che qualche anno prima aveva incantato Bergamo e l’Under 21. Però è un po’ più maturo e diventa fondamentale anche nell’economia tattica del club parmigiano. Dispensa giocata a ritmi bassi e calci da fermo alla Recoba, quasi. Il sinistro è sempre stato un punto fermo, ora è anche in forma. Il Parma arriva alle semifinali di Coppa Uefa ma perde con il Cska. E in campionato, dopo un cambio di tecnico e mille vicissitudini societarie, si salva allo spareggio contro il Bologna. Il Parma di Domenico Morfeo e Gilardino. Assist-man e bomber. La carriera di Morfeo è stata una storia fatta di discontinuità, rammarico, grandi numeri 9 accanto, da Batistuta a Gilardino passando per Vieri e il 10 (quasi) sempre sulle spalle. Quel pizzico di nostalgia del calcio dei primi anni 2000 passa anche per una storia così. Quella di un genio eternamente incompiuto.

Giuseppe Andriani

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1992, come la Samp in finale a Wembley e la Danimarca campione d'Europa. La bellezza salverà il mondo, dicono. Anche il calcio, aggiungo.

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