Barzagli, ritorno e consacrazione del campione di fatto
Barzagli, ritorno e consacrazione del campione di fatto è stato modificato: 2015-10-22 di Luca Momblano

La naturalezza e la concentrazione di Andrea Barzagli lo conferiscono alla storia

Facile parlare oggi, dopo il salvataggio meno ridondante e forse anche meno decisivo della Serie A 2014/15 con cui Andrea Barzagli nega il possibile 1-1 al Genoa e segnatamente a Diego Perotti a Buffon praticamente superato sul palo lungo. Facile ma necessario. Perché certi gesti, messi in scena nel silenzio (meritatamente glorificati dal breve boato dei tifosi) e allo stesso tempo essenziali sono il segno del grande campione che sa cosa vuol dire aver anche odorato il significato della parola fine. Perché Barzagli ha lottato contro la tendinite, ha a lungo stretto i denti, ha giocato nonostante la patologia (apice la Confederations Cup 2013), ha dovuto mollare, provare a curare, poi operare e scoprire che il male c’era lo stesso. E’ lì che pensi che, a 33 anni, possa essere arrivata la svolta. Succede anche quando sei al top. Ed è ancora più dura. Poi però ci si dimentica che il campione è campione perché atleta, diverso dalla definizione di fuoriclasse che la natura ha dotato di qualcosa fuori dal comune.

Barzagli ha anche talento. Talento, applicazione e personalità. I prodromi erano già nella stagione in cui giovanissimo arrivò da Ascoli alla A del Chievo delle favole per sostituire il miglior difensore italiano del torneo precedente: Nicola Legrottaglie. Se la cavò subito egregiamente. Poi Palermo, molto bene, fino alla Nazionale e a quella partita del 2006 tedesco contro l’Ucraina di Shevchenko che cercava praticamente di giocare solo su di lui evitando (ovviamente) di incagliarsi contro un certo Fabio Cannavaro in stato di assoluta grazia. Quindi proprio il Wolfsburg, in quella terra fredda ma produttiva, con uno storico scudetto da outsider, titolarissimo, unico insieme al portiere a disputare tutte le partite di quella cavalcata in Bundesliga. Poi l’intuizione di Marotta per pochi soldi e la consacrazione targata Conte alla Juventus. L’amore (conquistato a suon di prestazioni) dei tifosi, i paragoni per efficacia con il mito di Scirea (anche per la straordinaria correttezza in campo).

Il problema, al massimo, è che il calcio è uno sport di squadra e che se non sei asso e se non segni a raffica e se non vesti un numero particolare non sarai come il tennista, il ciclista, il pilota o lo sciatore. I trofei li alzi insieme agli altri, dopo il capitano, di foto non ne restano granché. Problema fino a un certo punto, se è vero che Barzagli non tocca i picchi di celebrità dei Nesta, dei Baresi, dei Gentile e dei Facchetti. Lui è giocatore di solidarietà, di mutuo soccorso, di squadra appunto. Un onore che è altrettanto se non più meritevole ancora.

Luca Momblano

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La lettura più bella è sempre la prossima. Vale anche per lo sport. Sono quasi 40 anni che lo ripeto.

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