Socrates e la fascia della libertà
Socrates e la fascia della libertà è stato modificato: 2015-12-28 di Luca Momblano

Socrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, meglio noto soltanto come Socrates, non c’è più ma è come se ci fosse sempre stato e sempre sarà

Pochi calciatori al mondo, nella storia di questo sport, hanno generato un fascino paragonabile al centrocampista brasiliano che segnò un’intera generazione anche a fronte di compagni più acclamati. A far la differenza era un’aura tutta sua, un po’ intellettuale e un po’ becera, un’aura rappresentata al meglio dalla fascia elastica di cotone che Socrates portava in testa in importanti gare ufficiali non appena ce ne fosse occasione (ovvero con la certezza di non finire in galera).

“Libertà e giustizia”, parole totali. Parole anche un po’ banali nel mondo di oggi, che ne abusa (al di fuori del calcio) e che gradualmente ne contribuisce allo svilimento del significato. Ebbene quella banda, bianca con la scritta blu, carpita nell’idea dai tennisti a loro volta affascinati dagli d’oro di Bjorn Borg, aveva per la prima volta una forza comunicativa sociale dentro il mondo del calcio. Si trattava, nei primi anni ’80, di un mondo che iniziava appena a conoscere fino in fondo la propria forza di penetrazione nelle case: in Brasile aveva un effetto sconvolgente, al di fuori aveva l’effetto di un piccolo grande Che Guevara che conduceva battaglie che tutti sentivano piuttosto lontane. Eppure no, sono ancora gli anni della Dittatura dei Generali in Brasile, che poi proprio dopo il Mundial spagnolo del 1982 (quello in cui Socrates segnò contro l’Italia nella magica serata, decisiva, della tripletta di Pablito Rossi) iniziò gradualmente a vacillare concedendo l’eleggibilità agli esiliati di rientro (ma ancora con la formula delle elezioni indirette).

Sono anni duri in Sudamerica, avvolto dal braccio lungo di una politica americana fortemente restauratrice e con controllo di natura “militare”. Eppure Socrates esce dagli schemi, mette la fascia alla testa davanti agli occhi del mondo. Si sente forte a tal punto per poterlo fare. Forte dentro prima che fuori, amato in patria per i tre titoli con il Corinthians del quale rappresenta una delle tre anime della cosiddetta Democrazia Corinthiana, una sorta di autogestione dello spogliatoio che non ha precedenti e neppure eredi nella storia del calcio mondiale professionistico. Un giorno, poi, accettò l’Italia. Non si integrò. Amava Firenze ma non la conquistò. Una stagione soltanto (1983/84) prima di tornare mogio mogio in Brasile e iniziare la parabola del declino, anche personale, che lo ha poi condotto ad una morte annunciata quanto prematura. Era così Socrates: leve lunghe, falcata, una gran bastonata al tiro, un carisma immanente. Calciatore moderno, direbbero oggi. Ma anche fatalmente realista: nel 1983 gli chiesero se immaginava la propria morte e lui rispose così: “Desidero che sia di domenica e con il Corinthians campione”. Così accadde, precisamente così, domenica 4 dicembre 2011. Restano per sempre l’uomo e la fascia  prima del calciatore. E per una volta va benissimo così.

Luca Momblano

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La lettura più bella è sempre la prossima. Vale anche per lo sport. Sono quasi 40 anni che lo ripeto.

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2 Commenti

  • Mullah Omar and the Taliban not only hosted Bin Ladin and al-Qaeda, they imespod a strict Wahhabist form of Islam on a state where previously Islam and the secular world of daily life coexisted fairly well. Women had at least a small piece of the action; they could be educated and had some property rights. The Taliban nurtured with Saudi money in refugee camp madrasses in Pakistan’s Northwest Frontier provinces during the Soviet war was (and still is, of course) hostile to the traditional Afghan culture and can hardly be seen as a suitable partner for us in our peacekeeping role. But kudos to Grandmasta for thinking outside the box!