Thierry Henry, secondo al Pallone d’Oro nel 2003

E’ sempre stato a un passo dal diventare qualcosa di più, pur avendo inciso fortemente su ogni club nel quale ha militato, a eccezione della Juventus di Ancelotti che non ne ha capito il valore e il potenziale futuro. Il 2003 di Thierry Henry lo vede protagonista con la Nazionale francese – suo il gol al Camerun che vale la conquista della Confederations Cup – e elemento di punta nell’Arsenal che si aggiudica la Coppa d’Inghilterra superando in finale il Southampton.

Ma più che i riconoscimenti guadagnati, conta moltissimo la considerazione generale che si ha del suo talento, anche perché il pupillo di Wenger appare come un attaccante perennemente work in progress, capace di cambiare in maniera costante il suo modo d’interpretare il calcio, sviluppando idee nuove contraddistinte da un altissimo coefficiente di qualità. Persino il vincitore del Pallone d’Oro, Pavel Nedved, ritiene di non meritare il premio – “Leggo la classifica e penso che tutti quelli che precedo siano più bravi di me” -, ma il pensiero del centrocampista bianconero è probabilmente più indirizzato al terzo componente del podio, Paolo Maldini.

Se poi si scende sul terreno più prosaico per capire il valore di Henry, quello del denaro che si dovrebbe spendere per assicurarsi le sue prestazioni, basta e avanza ricordare che l’Arsenal non si fa incantare dall’offerta messa sul piatto da Roman Abramovich, il munifico patron del Chelsea. Per far cambiare casa a Londra al talento francese non è sufficiente un assegno con scritto sopra 56 milioni di euro, una somma che avrebbe garantito una plusvalenza più che quintuplicata ai Gunners, che ne accetteranno molto meno della metà 4 anni dopo dal Barcellona.

CONDIVIDI