Dino Zoff, secondo al Pallone d’Oro nel 1973

Dura solo un attimo, la gloria. E’ semplicemente bellissimo il titolo dell’ultima grande autobiografia calcistica uscita. Ma quella di Dino Zoff, nel 1973, ha un arco temporale di 365 giorni, giusto qualche eccezione, come il giorno della finale di Coppa dei Campioni con l’Ajax, quando un maligno colpo di testa di Rep lo condanna alla sconfitta e – probabilmente – è decisivo affinché il Pallone d’Oro vada a Johan Cruyff invece che a lui. Il resto è tutto perfetto, a livelli stratosferici, da record. Con il primato d’imbattibilità fissato a 903 minuti con la Juventus, che lo fortemente voluto all’età di 30 anni e alla quale lui arriva con una precisa intenzione: “Alla Juve non mi sono posto limiti. Avevo una gran voglia di vincere”. 9 partite senza subire gol, anche se “Non ho mai lavorato per raggiungere il record”.

Più importante è la parata decisiva su Spadoni in Roma-Juventus, ultima giornata di un finale di campionato thrilling, che i bianconeri vincono ai danni del Milan. E ancor più importante è quanto gli riesce in Nazionale, con ben 8 gare trascorse nell’anno senza mai raccogliere la palla dalla rete. Incontri dal prestigio assoluto, sembra impossibile passare 90 minuti senza che Brasile o Inghilterra ti colpiscano. In particolare a Wembley, dove l’Italia ottiene la sua prima storica vittoria grazie a Capello, ma dove San Dino resiste ad attacchi continui. E’ la base, quelle 8 gare, per edificare il record d’imbattibilità azzurro, 1142 minuti.

La morale di quel meraviglioso 1973 è che non basta essere indubitabilmente il miglior portiere del mondo per meritare il titolo di miglior giocatore d’Europa. E’ il peccato originale di un ruolo al quale forse Neuer riuscirà a togliere un’ingiusta sottovalutazione, visto che anche sul piano della spettacolarità – elemento di giudizio tutt’altro che irrilevante nel Pallone d’Oro – i numeri 1 non sono secondi a nessuno.

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