Analisi (semi-sociologica) del fenomeno Islanda
Analisi (semi-sociologica) del fenomeno Islanda è stato modificato: 2016-07-06 di Luca Robustelli

Se non siete mai stati in Islanda, farete fatica a comprendere come una nazionale così piccola sia riuscita a diventare competitiva con avversari che sono entrati nella storia del calcio. Ma se avete avuto modo di visitare questo Paese, allora lo stupore sarà ancora più grande

L’Islanda del calcio è sotto gli occhi di tutti: per la prima volta nella storia, la nazionale riesce a qualificarsi per una fase finale di una competizione internazionale, Euro 2016, dopo aver sfiorato il miracolo nel recente passato. Agli europei ha poi centrato uno storico passaggio della fase a gironi ed un’incredibile 2-1 che ha eliminato l’Inghilterra di Roy Hodgson.

Il risultato ha dell’incredibile perché la popolazione totale conta appena 320.000 abitanti e una densità di appena 3 abitanti per chilometro quadrato, ma non solo: il clima non è quasi mai ideale per giocare a calcio, tant’è che la stagione calcistica è brevissima: da maggio a settembre. La Natura influenza e scandisce tutti gli aspetti della vita e, a maggior ragione, lo fa con il calcio.

Ma quali sono stati i fattori chiave che hanno portato l’Islanda a essere il movimento calcistico che è ora?

1. Passione per il calcio. Nulla potrebbe essere possibile senza questa condizione fondamentale. I tesserati sono 20.000, tra uomini e donne. In poche parole, 1 islandese su 16 gioca a calcio a livello agonistico. Con un simile rapporto l’Italia avrebbe oltre 3.700.000 tesserati, mentre nel 2012-2013 si è attestata a poco meno di 1.100.000 iscritti (fonte Report Calcio 2014, FIGC).

2. Realizzazione di campi sintetici indoor. A inizio millennio si è registrata una rivoluzione con la creazione di diverse strutture indoor che spesso replicano in scala 1:1 le dimensioni di un campo di calcio regolamentare. Fondamentale, perché da ottobre ad aprile non si gioca all’aperto.

3. Enfasi sulla preparazione degli allenatori. Tutti gli allenatori, a tutti i livelli, ricevono un compenso. Non ci sono volontari. E chiunque ha una formazione accademica, con più di 1 mister su 3 con licenza UEFA B o superiore (fonte Football Association of Iceland, 2007). Poche federazioni fanno così tanto anche per i giovani giocatori.

4. Scouting dei club stranieri. Il campionato locale è prettamente dilettantistico, sono pochi i giocatori che possono permettersi di concentrarsi al 100% sulla carriera sportiva. In questo contesto, un grosso contributo è dato dalle grandi realtà internazionali, che monitorano i giovani con maggior potenziale e li inseriscono nei propri settori giovanili. E’ qui che possono finalmente misurarsi con un più alto livello di competizione e, quindi, migliorarsi e maturare come calciatori professionisti.

5. Extra motivazione nel rappresentare il proprio Paese. Tutti tengono a fare quanto meglio possibile per la propria nazionale ma, secondo le parole del C.T. Lars Lagerback, gli islandesi hanno qualcosa in più: “Penso che i giocatori dimostrino un forte orgoglio per la propria nazionale, sono motivati a tornare a casa e giocare per il proprio Paese, è davvero un’ottima attitudine”.

6. Tirare fuori il meglio da quello che si ha. In Islanda è difficile fare recruiting di giovani talenti da altre parti del Paese, i coach devono lavorare sul materiale umano a loro disposizione e far evolvere gli atleti sia da un punto di vista tecnico che tattico, oltre che umano.

L’Islanda ha percorso una lunga strada per arrivare al successo: una storia fatta di pionieri e personaggi leggendari come Albert Gudmundsson, il primo calciatore professionista islandese, che militò nel Milan del ’48-’49 (14 presenze, 2 gol) dopo aver varcato i confini nazionali e giocato tra le file di Rangers e Arsenal. E che trovò addirittura il tempo per diventare Ministro delle Finanze negli anni Ottanta!

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Ma anche di piccoli record, come il primo match internazionale in cui giocarono sia padre che figlio (l’Eidur Gudjohnsen di Chelsea e Barcellona, che sostituì il padre Arnor in una partita del 1996).

Una storia che ha portato gli islandesi dal 128° posto nel ranking FIFA del 1973 al 23° del 3 settembre 2015.

Un circolo virtuoso che ha l’obiettivo di autoalimentarsi e confermarsi anche in futuro, perché le municipalità locali hanno capito che realizzare opere e programmi sportivi come questo aiuta a contrastare problematiche sociali molto diffuse come l’alcolismo e il tabagismo. E’ un modello calcistico che nazioni ben più grandi sia a livello di popolazione che di tesserati dovrebbero forse copiare con umiltà.

Luca Robustelli

About Luca Robustelli

Lo sport sa essere meraviglioso, poterne raccontare storie e gesta è un privilegio. Sono malato di calcio e basket, ma per favore non curatemi.

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